Regia: Guillaume Gallienne
Anno: 2013
Il primo ricordo che ho di mia madre risale a quando avevo circa cinque anni. Chiamò me e i miei fratelli per cena e disse “Ragazzi e Guillaume, a tavola!”. L’ultima volta che le ho parlato al telefono, mi ha detto “Ti abbraccio, mia cara.”
Da qui il titolo originale Les Garçons et Guillaume, à table!, da anni in scena nei teatri di tutta la Francia, e ora al cinema con il titolo almodovariano di Tutto sua madre. Il film, come la pièce, racconta la storia autobiografica di Guillaume Gallienne (attore, regista, produttore e sceneggiatore) e del suo viaggio alla scoperta di se stesso e delle proprie inclinazioni sessuali. Viaggio interiore, s’intende, ma non per questo meno avventuroso: la ricerca approda (permettetemi lo spoiler) all’outing à rebours del protagonista che, una volta diventato adulto, è costretto a confessare la sua scomoda eterosessualità alla famiglia.
Guillaume, ragazzo fragile e lezioso, un guazzabuglio di cliché omo, cresce in una famiglia bon-ton, con padre castrante, madre autoritaria, fratelli votati al machismo…e lui? Lui è un animo sensibile, delicato, un po’ impaurito dalla rudezza maschile e affascinato dalla diversità delle donne. Inizia ad imitare i modelli femminili a lui cari, prima la madre, poi la nonna, immagina di essere la principessa Sissi, osserva con ammirazione le compagne di classe e con sacro timore gli altri ragazzi. Così arriva precocemente l’etichetta di omosessuale (cantonata più che comprensibile, in effetti N.d.R.) che condizionerà la sua vita fino all’incontro con una ragazza che, nell’incredulità generale, diventerà sua moglie.
Esempio calzante di come a volte il giudizio possa plasmare l’individuo, anche nelle caratteristiche più intime e personali come può essere l’identità sessuale. Opera catartica più che prodotto di alto valore artistico, il film ha comunque il merito di suscitare con umiltà e ironia più di una riflessione; non tanto sull’identità di genere, ma piuttosto sul potere delle opinioni, sulla banalità del pregiudizio e su come la società possa travolgere senza pietà chi mostra le proprie imperfezioni.
La presunta libertà sessuale e la caduta di certi tabù ha portato con sé – a volte – una visione poco sfumata della realtà: da una parte gli eterosessuali normali, dall’altra gli omosessuali con tutto il carico di stereotipi, esagerazioni e luoghi comuni che in certa misura la mentalità collettiva ha generato, e che il film intelligentemente riproduce senza il timore di apparire caricaturale. Perché in effetti Guillaume è una macchietta, come lo sono tutti i personaggi e le situazioni rappresentati, ma non per questo l’abito fa il monaco. In questo caso l’abito femminile non fa necessariamente il sodomita.
Pellicola osannata in patria, dopo la vittoria a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, Tutto sua madre ritorna a fare incetta di nomination (ben dieci) ai premi César 2014, seguito a ruota da Lo sconosciuto del lago (Alain Guiraudie, 2013) e La vita di Adele (Abdellatif Kechiche, 2013). E’ questa la triade capitolina che ha conquistato la francia: il gay, la lesbica e il metrosexual.
Chi ha fatto del film uno stendardo della libertà d’espressione e dell’affrancamento dai pesi genitoriali, chi lo ha fatto diventare uno spauracchio delle conversioni sessuali, certamente Guillaume Gallienne è diventato un personaggio discusso suo malgrado e ancora una volta (ma stavolta come artista) viene investito dalla visone soggettiva degli altri.
Spogliando il film da tutte le possibili implicazioni moraleggianti e le esegesi para-politiche, dall’ insofferenza più o meno giustificata per la battuta facile e la grossolanità dei caratteri, il nucleo finale si mostra, in tutta la sua delicatezza e semplicità, nella volontà di parlare di tolleranza, comprensione e apertura mentale.
E di apertura mentale ce ne vorrebbe sempre tanta, anche nell’andare al cinema.