Nymphomaniac Voll. I e II

Regia: Lars von Trier

Anno: 2013

Von Trier è una certezza: puntiglioso, arrogante, pretenzioso e autoreferenziale e non fa nulla per sembrare diverso. Anzi, ogni volta è peggio. Figuriamoci poi se decide di girare un porno. Ma lui, diciamoci la verità, se ne frega alla grande dell’opinione del pubblico. E fa bene.

Se anche voi siete usciti indenni dalla visione di quasi sei (e dico sei) ore di proiezione (nella versione uncut) senza la tentazione di dare fuoco al vostro pc o di urlare per la strada “Nymphomaniac è una cagata pazzesca” in stile Fantozzi, e anzi, lo avete trovato sinceramente coinvolgente, allora benvenuti.

Ma se temete di non riuscire a reggere la pesantezza dell’originale integrale, tranquilli: la censura cinematografica ha operato un provvidenziale taglia e cuci per l’uscita nelle sale. La versione for dummies risulta infatti mutilata da ben due ore di pellicola, con una certa noncuranza per la coerenza complessiva del discorso.

Si aggiunga a ciò che il film è stato distribuito in due dosi, voll. 1 e 2 (come Kill Bill), uscite in Italia a distanza di 20 giorni. Scelta dolorosa, ma forse necessaria vista la durata e la difficoltà di digestione del tema trattato.

Ma veniamo alla parte interessante: il sesso. Non così tanto come ci si potrebbe aspettare. Non così gratuito come i più vorrebbero far credere. Certamente non sensuale. Anzi, piuttosto asettico, nevrotico e desolante.

La ninfomane del titolo è Joe (Charlotte Gainsbourg), cinquantenne allo sbando che a inizio film viene ritrovata esanime e col volto tumefatto dal buon Seligman (Stellan Skarsgård). L’uomo ospita la donna nel suo austero appartamento, all’interno del quale, in una sola notte, avverrà la fredda narrazione di una vita di ordinaria ninfomania. Joe cercherà di convincere il suo interlocutore di quale pessimo esempio di essere umano lei sia, passando in rassegna ogni piega nascosta e non della sua indecente esistenza sessuale. Da perfetti sconosciuti, i due protagonisti diventeranno complici di una storia fatta di fame, solitudine, complessi freudiani e stoccate filosofiche, fino ad un finale tanto amaro, quanto inevitabile.

Quindi storia di un’ammalata di sesso. O piuttosto storia di un’ammalata e basta. Perché Joe potrebbe sfogare il suo disagio sul cibo, sull’acquisto compulsivo di scarpe o sull’accumulo seriale di orsetti di peluche (certo sarebbe stato narrativamente meno interessante), ma il punto della questione rimane sempre e soltanto uno: la patologia psichica e il profondo senso di vuoto interiore.

Viste da questa prospettiva, le crude carrellate di amplessi e pezzi di carne non appaiono più immotivate, ma sono i sintomi recrudescenti di un mal de vivre. Dalle prime scoperte infantili, ai giochi con l’amichetta del cuore, alla devastazione consapevole ed egoistica di intere famiglie, alle orge interracial, alle pratiche sadomasochiste con Billy Elliot (ebbene sì, Jamie Bell passa dalle scarpette da punta al gatto a nove code), all’elenco di amanti riconosciuti solo dall’iniziale del nome (e l’alfabeto è decisamente troppo breve), alle panoramiche di cazzi (sì, l’ho detto) di tutte le forme, misure e colori, tutto risulta  necessario e necessariamente esplicito.

Perché questo film vuole essere la celebrazione dell’esplicito, non solo nella carne, ma anche nello spirito. Digressioni filosofeggianti e didascaliche si intromettono in continuazione: è Seligman, che da verginello asessuato, come dichiara di essere, cerca di intellettualizzare il tutto e trovare analogie con tematiche a lui più familiari. Sesso e pesca con la mosca, sesso e sinfonie bachiane, sesso e matematica. E sì, anche sesso e religione. Si assiste ad un film nel film, due piani di linguaggio che si scontrano e cercano di compensarsi: lei che racconta di come da ragazzina sia stata scopata con “5 colpi davanti e 3 dietro” e lui che elucubra sulla successione di Fibonacci. Surreale e stonato lo scarto abissale tra questi due mondi. La vera pornografia non sta nell’atto sessuale, ma nella pedanteria del commento.

Dal lato tecnico le regole imposte dall’ormai noto Dogma 95, sottoscritto da von Trier e da Thomas Vintenberg (se non lo conoscete, vi consiglio Festen, premiato a Cannes nel ‘98), sono ormai un lontano ricordo. A parte la telecamera a mano, che rimane, Nymphomaniac offre una colonna sonora splendida che spazia dal metal dei Rammstein al walzer  n. 2 di Šostakovič (già utilizzato per il pudicissimo Eyes Wide Shut  di Kubrick, 1999), e una rosa di interpreti da far impallidire la Walk of Fame: a partire da Willem Defoe (già protagonista di Antichrist, 2009), che mai e poi mai vorresti vedere durante un orgasmo, e dal già citato Jamie Bell che si prodiga in scudisciate, merita tutta la nostra attenzione una Uma Thurman in stato di grazia, che in soli cinque minuti di apparizione riesce ad oscurare l’intero cast.

Lars von Trier chiude così la sua trilogia sulla depressione, portandosi a casa, tra le altre nomee, una non meglio specificata etichetta di sadico e misogino: Antichrist (2009), Melancholia (2011) e Nymphomaniac vedono al centro sempre la figura femminile (in tutti e tre una straordinaria Gainsbourg), sempre in caduta libera verso l’abisso dell’animo umano, sempre peccatrice, sempre in continua ricerca di una redenzione, che quando arriva, se arriva, è comunque catastrofica. Beh, effettivamente proprio amico delle donne non sembra. Ma al di là di ogni atteggiamento pregiudiziale nei confronti del buon Lars, l’accusa di misoginia scompare dietro all’incolmabile solitudine manifestata dalle sue eroine.

Non tutto è perfettamente a fuoco in Nymphomaniac e forse non sarà il capolavoro del regista danese, ma è un film da vedere e rivedere. Possibilmente senza una conoscenza pregressa. Senza difese e preconcetti. Senza la smania di dover prendere una posizione per forza. Allora è un film che amerete.