La Madre

La Madre

Regia: Andres Muschietti
Anno: 2013

(La) Madre è una degnissima fiaba nera, questo le/gli va concesso.

Le due piccole Victoria e Lilly vengono abbandonate in un capanno sperduto nel bosco. Lì (soprav)vivono per cinque anni allevati da una Madre fantasma che si prende cura di loro nutrendole di ciliegie e garantendole dubbi divertimenti. La mancanza di socializzazione primaria trasforma le due in una sorta di traslitterazione testuale del Mowgli kiplingiano: si muovono e s’atteggiano da animali (e questo espediente conferisce qualche efficace, ma a lungo andare ripetuto, colpo di scena al film). Inutile chiedersi come per cinque lunghi anni nessuno abbia notato, nonostante le ricerche ininterrotte, questi due teneri esserini aggirarsi per le boscaglie non così lontane dalla città.

La Madre è per questo una fiaba nera, sfrutta meccanismi letterari tipici del racconto scritto e piega espressivamente realtà e ambienti all’esigenze della diegesi. E se lo si guarda sotto questa dimensione non è un horror da buttare.

La spettrale Madre, presenza che porta i fenotipi tipici del Guillermo del Toro faunesco (Il labirinto del fauno però, quello è un’altra storia), adempie ai suoi compiti con zelo e passione, infesta nel tòpos di un rivelatore climax ascendente, chiude e apre porte, passa attraverso i muri, e si mostra (forse troppo) abbandonando progressivamente i domini di quel fuori campo così caro a un certo cinema di paura, che vuole far paura (che però dura l’attimo del salto dalla poltrona, e poi si affievolisce perché manca di fondamenta). Chi essa sia realmente ce lo rivelano l’altrettanto archetipico dottore prima scettico e, dopo defunto, tramite una detection story in questo caso già vista, ma soprattutto le semipossessioni filodemoniache della Madre nel corpo di Annabel (una Jessica Chastain che ci prova, ma non convince quanto fa nei superbi-ssimi Take Shelter (Mike Nichols, 2011) e The Tree of Life (Terrence Malick, 2011).

Derive ermeneutiche si diceva: come interpretare il pasticciato e frettoloso intermezzo videoludico con il quale La Madre ci fa conoscere il suo passato? Certo siamo nel regno del pastiche postmoderno il quale riprocessa ad libitum i meccanismi dell’espressione attingendo dai contenuti mediali più disparati. Ma perché inserire, prendendosi-sul-serio, un deus ex machina solo per esplicitare qualcosa che è già (o sarà comunque presto) ovvio? Il cinema lavora molto di più sul non detto che sul detto fin troppo, ma conferiamo a Muschietti il beneficio del dubbio. Stessa cosa per il sogno dell’infortunato Lucas, e non ripetiamoci.

Il fil rouge di una pedagogia annunciata ma non seguita è certamente il secondo parapretesto che fa drizzare le antenne. Passino le (è una fiaba, vale tutto) incongruenze spazio-(visivo)-temporali quasi piacevoli a rigor di una logica della finzione: il dover andare a dormire anche se dalla finestra traspare un candore bianchissimo – sì è vero, la fotografia rientra pienamente nell’espressionismo del film; oppure i fin troppo fulminei progressi delle due selvagge nella loro forzata re-civilizzazione, giustificati dalle indefinite ellissi temporali (“sono passati 5 minuti, 5 mesi o 5 anni?”). Ciò che invece passa a fatica è il magro tentativo del testo di autocollocarsi entro confini che non gli appartengono (quelli di un thriller psicologico a tendenza ipnagogica) sulla base di imprecise pedagogie, rette solo dalla presenza di due bambine restie a collaborare. Soprannaturale e psicologico sono un connubio tanto felice, quanto abusato, quanto pericoloso.

Insomma un’opera che inciampa qualche volta ma che nel contempo si protegge sotto le vesti di una malcelata classicità. Di storie di fantasmi e bambini stiamo parlando, il resto è contorno. Di fiabe nere che ci ricordano quando il Dead Silence di Wan (2007), quando certe atmosfere burtoniane (da Il mistero di Sleepy Hollow al più recente Dark Shadows), condite di quegli effetti di senso che sono l’anima del terrore di Scream e seguiti (uno più bello dell’altro), primi fra tutti i frequentissimi campi vuoti destinati a riempirsi del mostro o chi per essi. Il finale è, come nel più spudorato cinema classico americano, all’insegna della convergenza e della esplicitazione totale, in un’atmosfera visiva estremizzata e caligarista (un finale che ricorda sospettosamente il succitato Dark Shadows). Il finale, questa volta quello vero, è capace però di sdoppiarsi in qualcosa di più moderno e inaspettato, infrangendo quelle euristiche che tutti rincuorano. La frammentazione vince sull’unificazione. Pollice alzato.

Punti di forza: quel’incipit sarcastico che subdolamente attribuisce le intere vicende alla crisi economica e dei derivati è delizioso. Specie, strano ma vero, perché non sviluppato.

Punti di debolezza: inutile credere a chi vi propina letture freudiane o affini della vicenda. Non è il caso. E anche se fosse il film non lo ha chiesto.