Regia: Lee Ju Hyoung
Anno: 2013
Corea del Sud, una famiglia modello al ristorante. Marito e moglie si attardano per qualche foto, prima di accomodarsi a tavola insieme al nonno e a una bambina, scambiandosi sorrisi e cortesie, suscitando l’ammirazione di un padre al tavolo dirimpetto, impegnato a tenere a bada dei figli bizzosi. Ma appena si torna tra le mura domestiche, tutti si trasformano, irrigiditi in pose di obbedienza militaresca davanti alla madre-padrona, dispensatrice di ordini e rimproveri. La docile famiglia vista prima è in realtà un gruppo di spietate spie nordcoreane infiltrate al Sud per scovare traditori.
C’è quasi tutto Kim Ki-duk (produttore, sceneggiatore, montatore) senza Kim Ki-duk in Bulg-Eun Gajog di Lee Ju Hyoung, coreano di formazione francese all’esordio nel lungometraggio (dopo aver diretto oltralpe i primi cortometraggi d’animazione Death of a Worm, 2004, Moving Walkaway, 2009, e il documentario We’ve Never Seen a Night Which Has Finished by Reaching a Day, 2010).
L’approccio caratteristico del regista di Pietà (Leone d’Oro a Venezia 2012), adottato da Lee Ju Hyoung, emerge da subito: trattare temi universali, delicatissime questioni politico-economiche (la guerra fratricida tra Nord e Sud coreani che si trascina dagli anni della Guerra Fredda, le contraddizioni interne tra apertura al capitalismo e retaggi socialisti, libertà e violazione dei diritti umani) sul terreno circoscritto del corpo (fisico, sociale, familiare) e dei rapporti umani, tra vocazione alla violenza efferata e ritorno inevitabile degli affetti.
Lo spiega bene il finto-nonno del film: “L’ideologia, la religione, la politica sono solo orpelli. Quello che conta è la salute, l’essere [e il sentirsi] vivi”. Vale a dire, spogliare ogni sovrastruttura ideologica per analizzarne gli effetti nel tessuto familiare, sulla pelle di personaggi colmi di lividi e “neri grumi” dell’animo.
Per usare le parole del regista, si può paragonare il film “a una cipolla: le intenzioni più pure e candide di un individuo sono ricoperte da strati di ideologia. Questo film parla proprio dell’atto di liberarsi degli strati superficiali”.
Per non ritrovarsi fredde “macchine senza emozioni”, insensibili “parti di un orologio”, come dice la capo-famiglia. Perché ci si trova intrappolati in un sistema oppressivo o in una famiglia (vera o finta che sia) nello stesso modo: si nasce e si cresce al loro interno, senza aver scelto né l’uno né l’altra, forse senza poterne mai uscire davvero.
Ma in fondo, la famiglia, sembra essere l’ultimo appiglio a cui far ritorno per questi personaggi che hanno ormai perso la fede in una folle e sanguinaria ragion di stato. Quando capiscono di non poter più riabbracciare i propri cari, i quattro recitano a memoria dialoghi, battute e battibecchi della famiglia “nemica” che hanno imparato ad abbracciare, divenendo attori due volte, per sentirsi a casa, in famiglia, un’ultima volta (probabilmente la sequenza più riuscita).
Dunque, una piccola famiglia di spie della porta accanto, i loro litigi e contraddizioni, come metafora della Grande Famiglia di uno Stato eternamente lacerato da scissioni. I componenti del nucleo come vive incarnazioni dei vari periodi della Storia coreana, simbolo dell’avvicendarsi di eventi e generazioni: il nonno è l’anziano reduce e testimone dei dolori della Guerra di Corea. Brutalità che ha vissuto e continua suo malgrado a perpetrare nauseato, per risparmiarle ai più giovani che non hanno il sangue freddo di strangolare un nemico con un filo metallico.
Poi la “seconda generazione”, con la finta coppia di sposi di media età a rappresentare istituzioni e figure che hanno creato l’attuale sistema politico coreano.
Infine la bambina Min-ji, emblema delle nuove generazioni stanche di antiche divisioni e di una guerra che non sentono propria, oltre che insensata. E che guardano al futuro con un barlume di speranza (il finale, dopo tante cattiverie, va nella direzione di un opinabile ottimismo). Invitando a oltrepassare la recinzione che li separa dal vicinato, e quindi ad abbattere un muro di ostilità che continua a dividere un intero Paese.
Non una vera e propria rivelazione, ma un altro buon segno di vitalità del cinema orientale. Lee Ju Hyoung si mostra abile nello sviluppo dell’intreccio e nell’ottima direzione degli attori, muovendosi sempre su un unico piano metaforico che è pregio e limite dell’opera.